LA PRIMA VOLTA CHE HO VISITATO DEI DETENUTI IN CARCERE

In carcere. Dovevo davvero entrare in un carcere. Era un’esperienza del tutto nuova per me. Non avevo idea di cosa aspettarmi. 
Nel mio immaginario, credevo che le carceri fossero luoghi bui, sporchi, sovraffollati e maleodoranti. I detenuti, poi, no potevano che essere omoni minacciosi, grossi e muscolosi, con la testa rasata e la divisa a strisce. Inoltre dovevano necessariamente camminare con fatica a causa delle pesanti catene legate alle caviglie, per impedire movimenti rapidi, fughe aggressioni. 
Ero certo della mia scelta? Volevo veramente entrare in quel luogo di perdizione per portare un pò dell’amore di Dio? Ero sicuro di voler collaborare con il gruppo di giovani cristiani che regolarmente faceva visita ai carcerati, per parlare a loro di Dio? Era proprio questa la mia vocazione? Portare amore e speranza alle persone meno amate del pianeta?
Mentre mi avvicinavo a destinazione, venni assalito da mille dubbi e il cuore cominciò a battere così forte nel mio Petto, che temetti potesse esplodere, nonostante gli altri componenti del gruppo apparissero del tutto sereni e a proprio agio. 

Carcere di Lenzburg. Eccoci arrivati. Venimmo accolti da mura alte diversi metri e sormontate da reti metalliche. Ovunque erano installate delle telecamere. Prima di poter accedere all’interno dovemmo far controllare i nostri documenti e passare per il metal detector. Io mi sentivo nervoso e teso, quasi presagissi che per qualche motivo a me sconosciuto, potessi essere improvvisamente arrestato e incarcerato. Invece il controllo di routine filò liscio e io ripresi a respirare normalmente. 
Espletate quelle prime formalità, ci avviammo all’interno dell’edificio. Attraversammo un ampio cortile e costeggiammo un campo da calcio. 
Notai la presenza di un’area allestita come parco giochi per bambini e compresi che era stata attrezzata per tutelare i figli dei detenuti durante le visite ai genitori. Gli incontri potevano svolgersi in un ambiente “normale” e familiare ai piccoli ospiti. 
Infine, fiancheggiammo una stupenda magnolia attorno alla quale si diramavano diversi sentieri ghiaiosi su cui era possibile passeggiare. Ancora non sapevo che quella magnolia mi sarebbe diventata molto cara, col trascorrere degli anni. Durante la primavera, perché il vivace colore rosa dei suoi fiori, contrastava lo sfondo grigio e monotono dei muri intorno. In estate, perché mi sarei spesso riparato alla sua ombra insieme a qualche carcerato, chiacchierando amichevolmente. Ma io ancora non lo sapevo. 
Superata la magnolia, dopo pochi passi ci trovammo di fronte a pesanti cancelli di ferro, varcati i quali mi ritrovai, per la prima volta in vita mia, dentro una prigione.

Venni assalito da tante sensazioni ed emozioni. Prima di tutto, il mio olfatto venne investito dall’odore del carcere. Un mix di odore di metallo e detergenti per la pulizia. Venni a sapere in seguito che le carceri svizzere vengono tenute pulite dagli stessi detenuti c’è una notevole attenzione per l’igiene. 
La mia vista venne abbagliata dai grandi spazi interni che mi circondavano. In gergo svizzero, il carcere viene chiamato “buco” e io pensavo davvero che mi sarei trovato davanti tanti piccoli buchi, tanti locali minuscoli come una sorta di alveare. Invece le stanze e i corridoi erano spaziosi. 
Il mio udito venne tramortito dall’improvviso suono di una campanella, che mi distolse dai miei pensieri. Con l’esperienza avrei scoperto che la campanella scandiva le giornate e le attività nei penitenziari, e, in quel caso specifico, significava l’imminente apertura delle celle. 
Attraversammo un lungo corridoio e arrivammo alla stanza adibita alle visite. Io e gli altri membri del gruppo ci sistemammo all’interno e iniziarono ad arrivare i primi detenuti. Fui colto da un’inaspettata delusione. I carcerati non erano affatto grandi e grossi, con la testa rasata, la divisa a strisce e le catene alle caviglie. La realtà  che mi si presentò, era di persone comuni, come quelle che incontravo normalmente per strada. Ci vennero offerti torta e caffè. Mentre ci servivamo iniziai a osservare i detenuti, chiedendomi con quale di loro avrei conversato e cercando di individuare quello che all’apparenza potesse ispirarmi simpatia. 
Terminato il caffè, il nostro capo gruppo prese la parola e poco dopo intonammo delle canzoni cristiane. I carcerati si aggregarono cantando con partecipazione e con mio grande stupore. Dall’alto della mia ignoranza e del mio pregiudizio, rimasi attonito nel constatare che dei criminali potessero cantare inni di lode a Dio. 
Finalmente ci distribuimmo per la stanza, per poter conversare individualmente con questi reietti della società. 
L’acustica non era affatto buona e bisognava alzare la voce, per potersi sentire. Inoltre, molti cominciarono a fumare una sigaretta dietro l’altra e riempirono la stanza di fumo, che rendeva l’aria irrespirabile e faceva bruciare gli occhi. Ma io ero stoicamente determinato a compiere la mia missione. A quel tempo ero convinto di poter essere l’avvocato difensore di Dio e di dover inculcare le verità  bibliche e la fede ai miscredenti. individuai la persona che più mi ispirò simpatia e cominciai a battermi come un leone, per convincerlo ad avere fede in Dio. Feci i conti senza l’oste, perché non solo lui non gradì le mie intenzioni, ma ribatté ad ogni mio punto con foga e passione e conquistandosi l’ultima parola. Fu un partner difficile, col quale, tuttavia, si instaurò dall’inizio una stima reciproca. E fu il primo detenuto al quale feci visite regolari nel corso degli anni. 

Uscii dal carcere di Lenzburg con la certezza che ci sarei tornato, perché già  il mio cuore iniziava a palpitare per quelle persone emarginate e cancellate dalla società. 
Quello che ancora non potevo sapere, era che questa mia missione si sarebbe protratta per decenni. E che Dio non mi chiedeva di difendere la Sua causa e la Sua persona, con un atteggiamento di superiorità e presunzione. 
Dio mi chiedeva di condividere con queste persone l’amore divino, che io stesso avevo ricevuto e sperimentato, perché Lui le amava. 
lo accettai la sfida e quel giorno ebbe inizio la mia personale avventura. 

Fred Grob


TESTIMONIANZA DI UNA VOLONTARIA PER SCELTA NEL MONDO DEGLI ULTIMI

Non è la prima volta che mi avvicino al pianeta carcere per intraprendere progetti diversi e quindi ho acquisito una certa disinvoltura nel trattare con gli agenti, con gli educatori, con il direttore ed infine con i detenuti. Eppure ogni volta provo grandi emozioni, perché le strutture non sono le stesse e così le persone, il luogo e gli spazi e soprattutto le persone sono sempre diverse e cambiano i rapporti individuali a seconda di chi ti trovi davanti.
Posso parlare di due esperienze recenti ed ancora in corso. La prima si tratta di un corso di inglese destinato a coloro che sono detenuti in una sezione particolare e cioè avendo commesso reati più gravi , sono isolati e non hanno contatto con nessuno.
L’idea era quella di far fare loro una qualsiasi tipo di attività affinchè possano avere la mente occupata piuttosto che l’abbrutimento psicologico.Ora avendo io svolto nel corso della mia vita l’insegnamento della lingua inglese nella scuola media e superiore a tutti i livelli, ed avendo già svolto con successo corsi annuali nel carcere di San Vittore a Milano e nello stesso tipo di sezione, abbiamo proposto al direttore questo tipo di progetto educativo e lui ha subito accettato rendendolo operativo.
Così attraverso l’educatore e il comandante è stato messo un avviso nel reparto, poi abbiamo fatto dei colloqui preliminari per capire se coloro i quali erano interessati fossero compatibili fra loro in un contesto diverso dalla loro quotidianità. Gli agenti hanno organizzato una classe con una lavagna e così ho potuto iniziare le lezioni con un gruppo di 10 allievi.
Dalla prima lezione mi sono subito resa conto che queste persone erano un po’ arrugginite mentalmente, vuoi perché non sono giovanissimi, vuoi perché la loro scolarizzazione è bassa e che infine è da molti anni che non sono più abituati a a fare esercizio mentale. A volte io do per scontato l’uso di termini acquisiti e normali nel linguaggio parlato, ma ho capito che per loro non è così e nonostante il loro impegno fanno molta fatica ad apprendere, memorizzare e ricordare..
A parte l’aspetto tecnico, i rapporti umani sono affiorati via via ed essendo loro così diversi l’uno dall’altro e con un vissuto individuale in qualche modo simile, ho scoperto una solidarietà incredibile anche se poi ognuno vive la propria esperienza carceraria come se fosse il loro mondo.
Quello che ho imparato in questo contesto, è che alla fine sono uomini che stanno pagando per gli sbagli fatti ma che hanno bisogno di rispetto, di rapporti umani e sono grati a coloro che cercano di supportarli e aiutarli un po’ a rendere il loro soggiorno proficuo per un recupero lento ma necessario per il loro futuro.

Graziella

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